La Micropsicoanalisi continua.
La focale e la micropsicoterapia:
nozioni pratiche. *
( Parte Seconda)
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prima 
25 gennaio 2003
Intervento successivo al trattamento
preliminare
1°) La frequenza della
seduta
Terminato il trattamento preliminare
si pone per il micropsicoanalista il compito di accordarsi con
il cliente circa l’intervento successivo.
I punti base di questa materia sono esposti nel Dizionario di
psicoanalisi e micropsicoanalisi (S. Fanti, P. Codoni, D. Lysek.,op.
cit.), pertanto rinvio gli interessati a tale lettura. Aggiungo
solamente alcune nozioni pratiche.
Il trattamento micropsicoanalitico dovrebbe essere giornaliero,
senza neppure il riposo della domenica, del sabato o del venerdì
a seconda del paese in cui si vive, questo per evitare, come
dicevano Freud, e Th. Reik,“le incrostazioni del lunedì”
. Tuttavia ciò e possibile solo in situazioni particolari
e sovente di breve durata. E’ necessario dire che più
sedute settimanali si fanno e meglio è, e che scendere
sotto le quattro sedute settimanali provoca delle notevoli complicazioni
nel lavoro. Bisogna anche dire che sovente, per le ragioni pseudo
-obbiettive della vita sociale (tempo, denaro, accogliere un
numero maggiore di richiedenti, etc.) se ne fanno tre, e le
difficoltà aumentano ancora. Sotto le tre sedute settimanali
non è più micropsicoanalisi bensì un trattamento
psicoterapeutico.
2°) La durata di una micropsicoanalisi
Per quanto riguarda la durata
di una micropsicoanalisi (come per la psicoanalisi del resto)
non si possono stabilire regole.
S. Fanti, un po’ scherzosamente ma non troppo (era specializzato
in ginecologia) diceva “nove mesi”. Nove mesi sono
270 giorni, cioè più o meno 800 ore di seduta,
con un orario di sette giorni alla settimana. Considerando un
orario meno intenso e qualche giorno di vacanza possiamo arrivare
a circa 700 ore in nove mesi. 9
In tale lasso di tempo si fa un’ottima micropsicoanalisi,
che ristabilisce sicuramente l’equlibrio psicobiologico
dell’analizzato eliminando i principali conflitti che lo
tormentano e quindi i sintomi nevrotici e le coazioni a ripetere
più fastidiose. Non crediamo però, che tutto possa
essere liquidato in nove mesi. Ci vorranno anni di elaborazione
per arrivare alle prese di coscienza necessarie a neutralizzare
totalmente le coazioni a ripetere e quindi ad eliminare la necessità
di far della vita un “gioco del rocchetto” costellato
di conflitti e di complessi. Senza contare che la vera ristrutturazione
della nevrosi nelle proiezioni transferali e quindi la vera
possibilità di “toccare con mano” il rimosso
mentre si riforma è veramente ben tarda. E’ solo
prendendo coscienza di tale riformazione del rimosso nel transfert
che qualsiasi desiderio rimosso è riconosciuto e soddisfatto,
vale a dire, energeticamente neutralizzato.
Ciò permette di riconoscere le proprie proiezioni in
quanto tali mentre si formano e di prendere atto di ciò
che si è. La maledizione dell’ambivalenza sparisce.
L’interpretazione onnipotente, edipica e paranoide, dell’esistenza
cessa ed è solo allora che si inizia a prendere coscienza
del proprio vuoto costitutivo e creatore.
Come sappiamo la micropsicoanalisi può essere continua
oppure svolta per periodi. Per la micropsicoanalisi continua
vale il discorso che ho fatto nelle righe antecedenti; in riguardo
a quella per periodi posso dire quanto segue.
La micropsicoanalisi per periodi
La proposta che si può
fare al nuovo cliente che dopo il periodo preliminare
decida di continuare (e l’analista sia d’accordo)
ma che per ragioni di tempo e di denaro non possa fare una micropsicoanalisi
continua,è quella seguente.
Un lavoro quadrisettimanale (almeno), di sedute di tre ore,
con una durata di tre mesi (dalle 120 alle 150 ore). La frase
che possiamo usare per comunicare l’informazione potrebbe
essere :
“Facciamo un intervento di tre mesi che ripeteremo ad intervalli
regolari sino alla fine dell’analisi; se lei sarà
d’accordo. Potremo , con intervalli di tre mesi, fare quattro
periodi pur essi di tre mesi”.
Se la proposta viene accettata si può fare un buon piano
di lavoro, in caso contrario iniziano le difficoltà .
Il passaggio dalla micropsicoanalisi
focale alla psicoterapia micropsicoanalitica.
Studiamo assieme cosa si può
fare per superare le difficoltà . In base a ciò
che ho appena scritto è palese che il primo dato da chiarire
è l’intenzione presente e futura. Cioè sarebbe
utile sapere prima se i richiedenti, dopo il periodo iniziale,
hanno intenzione di non continuare più l’analisi,
avendo “ricuperato la salute”, oppure se quando sarà
loro possibile la continueranno pur con intervalli più
lunghi di quelli indicati (3-4 mesi). Se l’intervallo non
supera i 6 mesi le cose non cambiano molto, se così non
è, ci saranno tre casi da considerare.
Se supera i 6 mesi ed arriva ad un anno o più, ed ecco
il primo caso, il lavoro della ripresa sarà più
pesante perchè le “incrostazioni” difensive
necessarie per risolvere i problemi di addattamento ad un ambiente
non analizzato, avranno raggiunto uno spessore superiore a quello
fisiologico, saranno cioè diventate un nuovo problema
da risolvere. A volte irrisolvibile se l’analizzato ha
vincolato nel quotidiano i derivati dei nuclei di fissazione
rimossi raggiunti, cioè riportati alla luce durante lo
scavo che attiva la regressione analitica.
Abbiamo poi il secondo caso in cui il richiedente accetta la
proposta dei tre mesi che considera una terapia e dichiara che
continuerà l’analisi quando avrà la possibilità
di farlo; tuttavia non si impegnerà in progetti futuri
;
Ed infine, terzo caso,il richiedente dichiara che desidera essere
liberato da alcuni sintomi fastidiosi che lo tormentano ma che
non ha né il desiderio né la possibilità
di continuare non appena raggiunto lo scopo che si prefigge,
cioè guarire.
Nel primo caso sarà ancora possibile considerare il lavoro
in una prospettiva genuinamente micropsicoanalitica. Nel secondo
un poco meno e nel terzo di micropsicoanalisi ci sarà
solamente la qualità d’ascolto del micropsicoanalista
e qualche intervento attraverso i supporti tecnici della micropsicoanalisi.
Nel secondo si parlerà di micropsicoanalisi focale;
nel terzo di psicoterapia micropsicoanalitica.
La micropsicoanalisi focale
S. Fanti, considera la focale
come il primo tempo di una micropsicoanalisi per periodi. Può
anche esserlo ma i presupposti sono un po’ troppo finalizzati
per rientrare nel concetto di analisi come la si intende oggi,
ma piuttosto nella dimensione medica dell’epoca classica
della psicoanalisi, cioè fin verso gli anni ‘50.
Bisogna pur dire che nella stragrande maggioranza dei casi chi
fa una richiesta di intervento la motiva con il desiderio di
eliminare le angoscie, le sofferenze, le tensioni, le malattie
somatiche “sine materia”, cioè i sintomi nevrotici
: vuole guarire. Ed è proprio questa la definizione di
micropsicoanalisi focale.
Il Dizionario di psicoanalisi e di micropsicoanalisi (S. Fanti
et al., op. cit. def. 11) recita: micropsicoanalisi personale
frammentaria di 70 - 150 ore, motivata da un sintomo psichico
o somatico fastidoso, doloroso.
E’ una definizione molto ampia, in cui rientra più
o meno tutto.
Il Dizionario (op. cit.) indica come casi elettivi le sintomatologie
psicosoma tiche, crisi d’asma, attacchi d’ulcera,
e io aggiungerei, certe malattie delle pelle, e tanti altri
disturbi che sono l’espressione somatica dell’angoscia.
Vengono poi indicati i casi di gravi perdite esistenziali, reazioni
a lutti, delusioni d’amore, reazioni a problemi familiari,
di coppia, crisi adolescenziali, senili etc.
Effettivamente da un punto di vista terapeutico si ottengono
degli ottimi risultati, anche se non si può dire che
si tratti di una psicoterapia perchè l’analista:
non interpreta il sintomo ,non ipnotizza, non suggestiona.
Si limita a fare un lavoro selettivo, utilizzando anche alcuni
supporti tecnici (fotografie, diarii, piantine delle case).
Dal punto di vista metodologico approfondisce solo
l’analisi dell’Edipo. La focale non è quindi
addatta alle nevrosi gravi, ai casi border-line, ed agli psicotici.
Può essere utilizzata, sovente con pieno successo, con
i tossicodipendenti non psicotici.
La psicoterapia micropsicoanalitica
Devo per prima cosa ricordare
che cos’è la psicoanalisi e come si svolge per poterla
poi distinguere dalla psicoterapia; anche perché oramai,
a livello di prassi, la confusione è indescrivibile.
La def. 1 del Dizionario... (op. cit. pag. 11) alla voce psicoanalisi
recita :
studio dello psichismo, in particolare dell’inconscio,
che si svolge durante sedute rigorosamente stabilite.
Quindi la situazione tipo della psicoanalisi è la seduta
che nel Dizionario (op. cit. def. 2) viene così definita:
sul divano, l’analizzato si lascia andare a libere associazioni,
che in poltrona lo psicoanalista segue con attenzione fluttuante
e benevola neutralità.
La micropsicoanalisi è definita diversamente (op. cit.
pag. 13 def. 3), e cioè:
Studio dello psichismo, che va al di la dell’inconscio,
e che permette di percepire endopsichicamente l’uomo fino
al suo contesto energetico e al suo vuoto costitutivo.
Quindi qualsiasi intervento che avvenga in uno spazio terapeutico
in cui il binomio paziente-terapeuta esista contemporaneamente,
per essere definito micropsicoanalitico deve tenere conto dell’inconscio,
del contesto energetico dell’essere umano e del suo vuoto
costitutivo. Se si passa dalla base psicoanalitica a quella
micropsicoanalitica il terapeuta dovrà conoscere a fondo,
per esperienza diretta e non solo culturale, ciò che
compete il vuoto e la sua organizzazione energetica sino ai
tentativi, le teorie pulsionali freudiana e fantiana, l’articolazione
energetico pulsionale dell’essere umano, il sonno-sogno,
l’aggressività, la sessualità e tutto il
resto.
I concetti fondamentali da tener presenti prima di accingersi
ad una micropsicoterapia, come penso si possa definire una psicoterapia
micropsicoanalitica, sono quelli di: eredità ideica,
plasticità e creatività dell’Ide individuale
(ricchezza e persistenza dei tentativi); strutturazione e plasticità
dello schermo iconico, funzionamento dell’articolazione
energetico-pulsionale (es-terreno), qualità dell’io
e funzionamento delle censure nella gestione del segreto individuale
che mantiene il conflitto; qualità, regole, modalità
di esercizio, e velocità di svolgimento dell’intero
ciclo ripetitivo nel gioco del rocchetto individuale.
Anche la micropsicoterapia, come accade per la micropsicoanalisi,
deve essere preceduta da periodo di trattamento preliminare
in cui il terapeuta si fa un quadro delle possibilità
di successo del paziente. Il periodo preliminare dovrebbe avere
la stessa durata e svolgersi allo stesso modo di quello micropsicoanalitico.
Gli incontri preliminari possono essere di due ore, devono essere
ravvicinati, e come in ogni altra psicoterapia, a meno che il
paziente non lo richieda, si svolgono in una posizione diversa
da quella psicoanalitica (divano, poltrona) . Due comode poltrone,
con la possibilità di allungare le gambe su un poggia-piedi,
saranno disposte affiancate con un’angolatura che permetta
una visione sfalsata l’uno dell’altro. La posizione
vis a vis delle psicoterapie consuete (45-50 min.) non è
addatta a sedute lunghe, anche se durante esse il terapeuta
non rispetterà totalmente la regola dell’astinenza
e potrà (con prudenza) affrontare brani di colloquio,
fare domande, e chiedere le informazioni che ritiene necessarie.
Terminato il periodo preliminare si dovrà stabilire il
periodo di lavoro che per ovvi motivi non avrà la stessa
frequenza di incontri di quello micropsicoanalitico. Si possono
proporre:
a) tre incontri settimanali di due ore consecutive; b) due incontri
settimanali di tre ore consecutive ; c) due incontri settimanali
di due ore consecutive; d)un incontro settimanale di tre ore
consecutive (in attesa di aumentare la frequenza degli incontri).
Altre soluzioni non ve ne sono.
Gli interventi c), d) verranno definiti micropsicoterapia
di sostegno.
In questi casi il criterio di fondo é quello di accettare
l’eventuale richiesta di micropsicoterapia di sostegno
quando l’esperienza dell’analista lo rassicuri sul
fatto che quel soggetto manterrà almeno la frequenza
settimanale stabilita e che il caso non sia disperato (p.e.
psicosi o tossicodipendenza in soggetto psicotico o prepsicotico).
La gestione di una micropsicoterapia è più difficile
di quella di una micropsicoanalisi, le responsabilità
almeno uguali, la soddisfazione inferiore e le previsioni di
successo aleatorie, quindi a scapito della propria immagine
professionale. Non se ne dovrebbero mai fare, ma a volte è
l’unico modo di ricuperare alle correnti creative generali
un utile elemento per ragioni contingenti in difficoltà,
sia esso il paziente privo di risorse economiche oppure il terapeuta
con la vocazione alla solidarietà sociale, e quindi con
scarso lavoro .
Il metodo di lavoro
Nella micropsicoterapia, come
ho già detto, la conoscenza delle potenzialità
filogenetiche del terreno familiare rispetto ai tentativi espressi
dal soggetto durante la sua ontogenesi fino al momento della
richiesta di intervento, è fondamentale. Il detto popolare
“Se volete sapere come sarà la figlia di venti anni
durante l’età matura, guardate com’è
la madre”, come tante altre massime della psicologia popolare
è applicabile al nostro caso.
Lo studio del passato familiare è fondamentale per cui
un’utile attività collaterale che il paziente può
fare al di fuori della seduta è un’approfondita
ricerca storica e genealogica sulla propria famiglia dalla quale
ricaverà gli elementi delle coazioni a ripetere familiari
che serviranno a lui come punto di riferimento ed al terapeuta
come criterio previsionale sia pur relativo.10
11
E’ difficile che un tossicodipendente, non psicotico, che
proviene da una famiglia di amanti del rischio in periodi in
cui non si poteva essere tossicodipendenti, cioè che
possegga nel suo corredo psicobiologico familiare antenati che
dopo avventure rischiose sono riusciti ad arrivare a tarda età
avendo acquisito delle favorevoli situazioni esistenziali, possa
morire di overdose, o non addattarsi mai alla vita, almeno in
parte. Ma se nella famiglia vi saranno molti morti di cancro
o di morte violenta (anche se eroica), sarà opportuno
prepararsi al peggio. La coazione a ripetere non perdona e non
sarà certo una psicoterapia a cambiare le carte nel mazzo.
Un’altro criterio che ci permette di fare previsioni è
lo stato della variabile epistemofilica; cioè della variabile
che regola la dinamica delle curiosità dell’esistenza
e dei tentativi messi in atto per procurarci delle risposte
soddisfacenti. Il tossicodipendente che inserisce le droghe
più svariate nei suoi tentativi di provare nuove sensazioni,
e che nello stesso tempo, viaggia, e cerca di conoscere, mette
in atto tentativi artistici o comunque attività creative
qualsiasi, avrà più possibilità di successo
del bruto che si droga “per godere”, cioè per
eliminare una tensione angosciosa generalizzata che non riesce
a vincolare, neppure in parte, in qualche sublimazione.
Un criterio dirimente potrebbe essere di non rischiare micropsicoterapie
(e neanche micropsicoanalisi, forse) con persone la cui anima
sia definitivamente “morta”.
Certo parlare di anima morta, in un’epoca in cui negli
ambienti “scientifici” si evita persino di pronunciare
la parola spirito può essere rischioso per la propria
reputazione ma in definitiva il termine latino per psiche è
anima. Infatti si parla di psicologia scientifica per far intendere
che essa con l’anima non c’entra o che comunque si
occupa scientificamente dell’anima oppure che si occupa
di un “anima” scientifica e non “poverina”
dell’altra che è quella popolare. Per me, quell’anima
li, che è poi quella di cui ci occupiamo in analisi,
è un nucleo coerente di potenzialità di tentativi
di tutti i tipi che produce qualsiasi cosa, dalla religione
alla fisica applicata. Quando il suo contenuto energetico è
esaurito, cioè l’Ide si è impoverito sino
a poter mantenere coerenti solo i processi biologici vitali
e non sostiene più la spinta epistemofilica, le possibilità
di intervento psicologico di qualsiasi tipo sono nulle.
In altre parole si può rischiare un intervento psicoterapeutico
verso qualcuo che sia pur in maniera incoordinata e disordinata
produca tentativi, ma non in coloro che sono bloccati in una
condizione di stato patologico in cui il principio di inerzia
non può essere modificato in alcun modo.
Il terapeuta può porsi come catalizzatore dei tentativi
del paziente e condurli, solo se tali tentativi esistono. Se,
come diceva Ch. Baudouin, si può fare il conduttore di
anime , ciò è possibile solo se, di anima, ne
esiste almeno qualche brandello. E’ un po’ come il
restauro di un affresco: si può fare se ne esiste almento
una traccia su cui lavorare, o forse una metafora migliore è
quella del giardiniere che vuol ricostituire un antico giardino.
Un giardino invaso da sovrastrutture vegetali che lo deformano
in modo tale da renderlo estremamente inospitale e doloroso
da viverci.
La persona va alla ricerca di un Eden abbandonato e perduto,
quando essa non si è mai mossa e non riconosce più
l’oggetto perchè si è deformato. La parola
magica che può ricondurlo all’antica bellezza è
racchiusa nel segreto che il paziente custodisce in se. Ed è
la custodia di tale segreto che blocca i tentativi, li impoverisce
nel conflitto, e li fissa nei sintomi siano essi esistenziali
(delusioni amorose, lutti, etc.), psichici (fobie, ossessioni),
oppure somatici (i frutti delle elaborazioni di tipo isteroide,
dall’ulcera alle paresi, dalle emicranie alle cardiopatie,
dalle allergie alle malattie autoimmuni e al cancro).
La gestione del conflitto
Il primo compito del micropsicoterapeuta
è quello di far riconoscere al paziente il fatto che
la sua angoscia è la risultante dell’ingorgo energetico-pulsionale
dovuto ad un conflitto. Il paziente dovrebbe potersi liberare
di tale conflitto riconoscendolo o, al meno, impare a gestirlo.
Per questo motivo, il terapeuta, passerà un pò
di tempo a far si che il paziente diventi totalmente conscio
rispetto ai poli, anche se molteplici e sovra determinati, del
suo conflitto, fino a rendersi conto che tali conflitti sono
riducibili a pochi elementi. Dovremmo però ricordarci
delle parole di Stekel :
“Il paziente difende la sua sofferenza, si batte per essa,
elude le possibilità di guarigione. Perché? Poiché
si sente al sicuro e come nascosto all’interno del suo
mondo fittizio. Noi, al contrario, vogliamo esporre la sua fragile
barchetta a sommovimenti tempestosi; quindi faremo insorgere
delle emozioni che, a causa della sua malattia, il paziente
cerca precisamente di evitare.”
Il terapeuta lavorerà quindi con prudenza per
fare in modo che il paziente possa andare oltre i contenuti
manifesti dei suoi conflitti e abbordarne gli aspetti latenti,
cioé le parti segrete.
Egli, non si rivolgerà agli aspetti simbolici dei conflitti,
quindi ai veri contenuti latenti, bensì al livelli preconsci
in cui sono racchiusi quei contenuti spiacevoli che il paziente
non vuole ammettere. A tale scopo il terapeuta, una volta che
sia riuscito a rendersi conto di quali siano questi contenuti
segreti, cercherà di fara lavorare associativamente il
paziente su quei momenti della sua vita nei quali quegli aspetti
sono stati più evidenti. Si tratta quindi di lavorare
piuttosto che sui contenuti simbolici, sui contenuti ripetitivi,
vale a dire sulle coazioni, così come si sono manifestate
dal momento in cui il paziente poteva averne coscenza, per esempio,
dall’adolescenza ad oggi, esaminando quei momenti della
vita in cui tali conflitti sono stati più evidenti nelle
loro manifestazioni esteriori . Per esempio i battesimi di fratelli,
sorelle, cugini ; riti di passaggio come prima comunione et
similia; distacchi dalla famiglia, permanenze in colonie
estive, collegi, servizio militare; lutti riguardanti i genitori,
nonni, fratelli, amici, animali domestici, etc.
Una volta che la parte segreta del conflitto espressa nella
relazione sia venuta alla luce, si provvederà a far riconoscere
al paziente l’assurdità delle situazioni corrispondenti
all’altro polo. Si partirà da un elemento noto e
ripetuto più volte, per far poi comprendere la struttura
generale della ripetizione e del conflittto. Ad esempio se l’elemento
esistenziale attuale che tormenta la persona è un matrimonio
senza amore accettato per interessi economici che nella realtà
sono poi stati delusi, si cercheranno nelle rievocazioni del
paziente gli elementi di quel tema ripetitivo, per poi indicargli
che la ricerca della delusione è uno degli elementi conduttori
della sua vita.
Si opererà poi in modo da fargli riconoscere l’altro
polo del conflitto, per esempio la ricerca di obbiettivi molto
alti e difficili, per i quali avrebbe anche le potenzialità
di riuscita ma che alla fine evita perché la necessità
inconscia di essere deluso è troppo forte. Le volte che
si deciderà ad affrontarli avrà, per esempio,
aspettato troppo, e quindi o fallirà l’occasione
o, non cogliendola in pieno, ne sarà deluso.
L’analista nelle momentanee vesti di terapeuta, cercherà
di far si che il paziente possa avvicinarsi alle fonti del trauma
che ha fatto insorgere la necessità della ricerca dei
vissuti di delusione perenne, per fargli constatare che ciò
che egli cerca di mantenere con il suo comportamento è
la svalutazione dell’oggetto (edipico) amato per attenuare
l’angoscia che gli da la vicinanza sua e poi dei sostituti.
In una situazione psicoterapeutica è ben difficile andare
alla ricerca dell’insieme traumatico originario che ha
messo in moto la coazione a ripetere, sarà più
semplice (si fa per dire) ricercarne i derivati puberali ed
adolescenziali e metterli in relazione a quelli attuali.
Anche W. Stekel suggerisce nel suo trattato sulla tecnica della
psicoterapia analitica di non prolungare per troppi anni il
lavoro analitico, cioè il tempo che secondo lui ci vorrebbe
per arrivare al trauma originario. Secondo lui, é con
le analisi (è così che le indica) più corte,
(due o tre mesi), che si ottengono i migliori risultati.
“ E’ da molto tempo che io cerco di attirare l’attenzione
su questo punto: i migliori risultati si ottengono con le analisi
più corte (da due a tre mesi). Certi miei pazienti che
venivano dall’estero e che non erano in grado di prolungare
il loro soggiorno a Vienna oltre le sei, otto settimane, si
sono visti liberare dai loro mali e resi alla salute (tanto
nel senso individuale che nel senso sociale del termine). “
In sintesi, scrive Stekel “l’esperienza mi ha dimostrato
che non si può progredire solo grazie alle libere associazioni
del paziente “.
Egli sostiene che non bisogna lasciare libero il paziente di
entrare in false piste, cioé in serie associative diverse
da quelle che lo porterebbero al suo segreto personale.
Applicando la sua tecnica cerca di evitare il fenomeno dell’associazione
divergente che tuttavia, pur espimendo una resistenza, a volte
favorisce lo sgfruttamento della sovradeterminazione.
Ciò che egli consiglia é: attraverso un lavoro
anamnestico approfondito e un lavoro misto di libere associazioni
e domande, arrivare a comprendere i conflitti segreti del paziente.
Questi conflitti segreti, come abbiamo già visto, sono
solo in parte inconsci, in parte sono consci e repressi e in
parte preconsci e formano il nucleo della verità patologica
contro la quale il paziente lotta. In questo contesto, le condotte
patologiche non sono altro che tentativi che servono a mantenere
l’illusione di un segreto, che tale non é.
Stekel cerca di acquisire la fiducia del paziente, ottenere
più informazioni che può, per arrivare ai nuclei
conflittuali attuali, adolescenziali, puberali, in modo da poterli
rivelare al paziente e ottenere delle rievocazioni catartiche.
Quello che tenta di evitare é una regressione importante
che spinga troppo il paziente a rivivere l’infanzia, cosa
che impedirebbe al terapeuta di interrompere la terapia. Questo
principio vale anche per la micropsicoanalisi, infatti l’analisi
interrotta in quel momento lascerebbe il paziente a vivere i
propri comportamenti infantili nell’attuale, senza poterli
analizzare.
Anche per quanto riguarda la tecnica micropsicoanalitica, o
micropsicoterapeutica dei periodi di lavoro, occorre tenere
presente che la fine di un periodo non deve coincidere con un
momento di massima regressione, bensì con un momento
in cui il materiale regressivo sia stato analizzato. In caso
contrario, é meglio prolungare il periodo fino a quando
non si manifesti un distacco dal materiale regressivo.
Il segreto
Ho nominato più volte
questa parola ne ho anche delineato alcuni aspetti vorrei ora
soffermarmici un poco sia in un contesto micropsicoanalitico
che micropsicoterapeutico.
Ch. Baudouin una volta, alla fine di una seduta, mostrandomi
un biglietto da venti franchi svizzeri compreso tra quelli che
gli avevo dato per pagare il suo onorario mi disse :“Sa
perché Pestalozzi ha questo viso così sofferente?”,
gli risposti di no, girò la banconota e mi mostrò
il fiore spinoso di cardo che essa aveva sul retro e disse “
perchè ha queste spine che gli pungono il di dietro”.
Mi aveva messo sulla buona strada per capire un mio segreto.
Anche Fanti, sia pur in un contesto diverso parlava di segreti.
Mi diceva “Prima di andare a tavola ci sono sempre delle
persone che si avvicinano a me con fare circospetto, e mi sussurrano
cose in gran segreto, e mi fanno promettere di non dire niente
a nessuno : dicono tutti le stesse cose!”
La stessa esperienza penso la possano fare tutte le persone
che in qualche contesto sono un punto di riferimento per altri,
naturalmente l’ho fatta anch’io e con il tempo mi
sono reso conto che non è solo un abitudine sociale di
ruolo (la persona d’esperienza che fa da confidente) ma
è un derivato del meccanismo dello spostamento. Negli
esseri umani c’è un impressione profonda dell’esistenza
di un segreto vergognoso da nascondere ed un invincibile desiderio
di rivelarlo, dividerlo con qualcuno
Il segreto può essere qualsiasi elemento rappresentazionale,
anche banale; ha un suo contenuto manifesto che sta alla base
delle sintomatologie comportamentali del nevrotico che ne è
portatore. Ma non è tanto il contenuto manifesto cioè
il trauma in sé, che è patogeno, quanto il fatto
che il contenuto manifesto vincola, come il ricordo di copertura,
una costellazione di rimossi che alimentano il vissuto di qualche
cosa da non rivelare (neanche a se stessi) .
Sovente, il segreto non è ll fatto in sé, ma è
la perdita dei nessi tra esso, in quanto segreto, ed i sintomi
nevrotici che ne riproducono in maniera modificata, come per
un sogno, sia la rivelazione desiderata e repressa che la parziale
soddisfazione mascherata. Il pricipale desiderio rimosso è
proprio quello di rivelarlo. La rivelazione è una vendetta
che soddisfa la spinta aggressivo-distruttiva verso l’oggetto
di cui (o per cui) si conserva il segreto ed è proprio
questa aggressività che si trasforma in angoscia che
a sua volta si vincola (e si scarica parzialmente) in sintomi.
Un esempio inequivocabile di quanto scrivo si può rintracciare
nel caso di Alberto, che W. Stekel illustra ampiamente nel suo
articolo “ La psicologia delle malattie ossessive “
che ho tradotto e pubblicato nel Bollettino dell’Istituto
italiano di micropsicoanalisi (n° 26). Non è necessario
che io riassuma il caso anche perché, per capire il seguito
di questo lavoro è indispensabile conoscere per intero
l’intervento di Stekel.
Commento
Nelle frasi precedenti ho detto
che in tutti gli esseri umani esiste una traccia profonda di
un segreto vergognoso da non rivelare e che quella è
la matrice che viene vincolata dai segreti particolari dell’individuo.
I segreti particolari hanno una forma riconoscibile che prende
il posto del Segreto generale, vale a dire, dell’Immagine
del segreto, ciò che non si deve rivelare, come i segreti
iniziatici delle società esoteriche o dei riti tribali.
Ciò che é conscio, é l’angoscia che
si prova alla tentazione di rivelare qualsiasi cosa, anche conscia,
che si sente segreta, cioé che entra nell’intimità
del legame con un’entità soggettivamente divina,
un’ entità totemica che è più cogente
dell’ ideale dell’io-super-io individuali, sia pur
spostata in un rapporto di esseri umani.
Affinché l’intervento micropsicoterapeutico (e anche
micropsicoanalitico) riesca l’analista-terapeuta deve poter
essere in grado di diventare il luogo dello spostamento di quei
vissuti, cioè del transfert:
“Il transfert diventa evidente durante il trattamento quando
l’analizzato trasferisce sull’analista le reazioni
affettive specifiche del suo caso; in altre parole, il malato
rivive durante la cura le situazioni affettive della propria
infanzia alle quali è rimasto fissato. Le riproduce con
tutto ciò che le caratterizza come conflitto familiare;
tale conflitto è trasferito sull’analista. Il dialogo
che intercorre tra le differenti istanze della personalità
in conflitto tra di loro, nei nevrotici, si trova così
esteriorizzato allo stesso modo del conflitto da cui ha avuto
origine e le cui dispute continuano ora tra il malato e l’analista.
Quest’ultimo cerca di armonizzare la personalità
discordante del nevrotico corregendo, con la sua influenza,
un automatismo inconscio che agisce su tutta la vita affettiva
...”.
Queste parole sono tratte dal testo di R. Laforgue e R. Allendy,
“La psychanalyse et les nevroses“ (Payot, Paris 1931)
e sono valide anche in un contesto psicoterapeutico in cui si
tenga conto dell’esistenza dell’inconscio.
I due psicoanalisti citati completano il loro punto di vista
con le seguenti considerazioni :
“la psicoanalisi produce innanzi tutto un allenamento molto
utile, quello di pensare qualsiasi cosa senza l’ostacolo
delle considerazioni inibitorie e senza la rimozione degli elementi
sgradevoli. Questi elementi rimossi devono essere raggiunti
e portati in giudizio; tenendo conto indistintamente di tutti
gli elementi di una situazione, il soggetto impara a farsi un’idea
più giusta delle cose, a capire il proprio caso, a delimitare
i problemi posti e a considerare le soluzioni possibili. Solo
a quel punto si potrebbe rischiare un intervento abile di suggestione
per portare il soggetto a scegliere una certa soluzione, per
esempio cambiare mestiere o ambiente“ (op. cit., pag. 174).
Per i due autori, una buona parte della drammatizzazione della
sintomatologia è spettacolo e il gruppo in cui vive il
malato è platea; per cui consigliano di compiere l’intervento
psicoterapeutico al di fuori dell’ambiente abituale del
richiedente la terapia. Questa procedura sembra anche a me molto
utile sia che si tratti di analisi che di terapia .
I nostri due autori scrivono :
“... L’analista non deve mai dimenticare quanto la
facciata nevrotica può essere destinata dal paziente
al pubblico; può essere una difesa del soggetto, una
punizione che infligge ad altri o a se stesso; può essere
al servizio di un ruolo che non potrebbe essere recitato in
altro modo; la messa in scena diventa superflua quando l’attore
non ha spettatori; é per questo che l’isolamento
può sovente avere una buona influenza... “
D’altra parte è pur vero che l’intonazione
affettiva del carattere di una persona si può studiare
bene attraverso la qualità e la forma della drammatizzazione
presente nei suoi sogni. E si può quindi cercare di intervenire
efficacemente senza isolare il paziente o mutargli sede.
Facio un esempio.
Una persona in analisi mi racconta un lungo ed elaborato sogno
in cui il sognatore senza scarpe e con le gambe nude si trova
a camminare in luoghi sporchi .
E’ vicino ad un personaggio materno al quale spiega che
comunque anche se avesse avuto le calze e le scarpe, le pulci
presenti sul pavimento della camera lo avrebbero morsicato lo
stesso.
Ha la bocca piena di un vomito scaglioso che cerca di pulire
nascondendosi agli altri e che anche sua madre guarda con un
po’ di schifo.
La persona si sveglia con un senso di gonfiore scaglioso alla
lingua ed è costretta a controllarla allo specchio
per verificare percettivamente ciò che nozionalmente
sa già ma che sensorialmente non riconosce perchè
è ancora sotto l’influsso onirico.
Il resto notturno è l’influsso onirico, che fa parte
dei meccanismi di suggestione. Il sogno è costruito per
induzione associativa e cerca di risolvere certi problemi attuali,
oltre che cercare di realizzare i desideri inconsci. Per esempio
la drammatizzazione del sogno di questa persona è spiegata
da tre elementi due dei quali riguardano stimoli organici ed
il terzo un fatto che dovrebbe succedere il giorno dopo.
Ecco in successione i tre elementi:
a) ieri sera mangiando mi sono morsicato la lingua che mi è
gonfiata in un punto; b) ho mangiato qualche cosa che mi ha
intossicato, avevo un fastidioso prurito; c) ieri mi ha telefonato
un mio amico per invitarmi a cena . Gli voglio bene, ma non
vado volentieri a casa sua perchè in casa sua c’è
sporco.
Sono elementi che riguardano la bocca, il metabolismo della
digestione, e il cibo in generale.
E’ chiaro che portano verso la relazione con la madre.
Nella drammatizzazione del sogno, c’è quindi il
personaggio materno (chi ti da da mangiare), la morsicatura
della lingua e il prurito, cioè l’intossicazione,
lo sporco ed il vomito. Il bambino, in natura, viene svezzato
quando comincia a mordere, e ciò che durante le associazioni
l’analizzato rievocava erano le faccie di schifo che faceva
la madre verso il proprio stesso seno quando cercava di convincerlo
a mangiare cibi diversi; quei cibi che fino al giorno prima
erano “cacca” da non mettere in bocca.
Evidentemente il rapporto con l’amico vincola un rivissuto
appoggiato su una fissazione al limite tra lo stadio orale e
quello anale e la produzione del sogno riesce a ristabilire
il principio del piacere e permette al sognatore di dormire,
cioé di mantenere una funzione che in caso contrario
verrebbe turbata.
L’analisi, in seduta (di tre ore), di questo sogno permette
la sua disattivazione energetica e la cena con l’amico
si conclude felicemente. In altre occasioni simili, codesta
persona, si era sentita male, aveva rifiutato una parte del
cibo ed era stata costretta a punirsi, non con la morsicatura
alla lingua, ma con incidenti più gravi che toccavano
i fatti della sua vita quotidiana. Oppure aveva drammatizzato
alcune intossicazioni che l’avevano portata al pronto soccorso.
Naturalmente tale persona era costretta a rifiutare la maggior
parte degli inviti, a pranzo o a cena, che le venivano rivolti,
a meno che i rapporti con le persone che la invitavano fossero
privi di implicazioni affettive di risonanza familiare ed in
ambienti che le erano estranei. In altre parole la sintomatologia
non si attivava (o quasi) se il pubblico era sconosciuto. Lo
stesso fenomeno si osserva anche per certe persone che soffrono
di ejaculatio precox o di scarsa erezione che spostano il sintomo
quando cambiano ambiente e possono avere migliori rapporti sessuali.
La variabile situazionale è fondamentale, anche se non
è certo il cambiamento di situazione che basta ad eliminare
una nevrosi.
L’induzione associativa psicobiologica ha risposte associative
diverse a seconda della variabile che la filtra. Un’esempio
formidabile è l’impotenza o la frigidità,
o l’anorgasmia della prima notte di nozze (ed oltre) per
persone che fino alla sera prima del matrimonio erano pronte
a compiere un atto sessuale completo e soddisfacente non appena
si incontravano.
Il matrimonio, per chi si sposa, conferisce lo stesso valore
tabuico all’oggetto dell’atto di conscrazione dell’ostia
da parte del sacerdote. Fino ad un attimo prima l’ostia
è un pezzo di pane, tutti la possono mangiare, un attimo
dopo è tabù e la può mangiare solo l’iniziato
che ne sia degno. Lo stesso per la sposa (o lo sposo), una volta
che l’iniziazione abbia avuto luogo, l’Immagine della
famiglia edipica si frappone tra gli amanti diventati “parenti”
e a volte la forza dell’interdetto incestuoso vince e la
funzione è inibita. Il tabù del toccare prende
il sopravvento. l’Immagine tramite il super-io suggerisce
all’io che quelle nozze non devono essere consumate perchè
un “tremendo segreto” avvolge (come il serpente) i
novelli Adamo ed Eva.
L’utilizzazione dell’
energia del conflitto in micropsicoterapia.
Questa seconda parte è
dedicata allo studio delle possibilità reali che si hanno
al fine di poter fare un intervento micropsicoanalitico all’interno
di una micropsicoterapia che per ovvie ragioni non può
essere affrontata con una dovizia di mezzi simili a quelli che
ci permette la micropsicoanalisi.
La qualità d’ascolto che fornisce un micropsicoanalista,
anche durante un intervento semplificato è tale che permette
nell’utente una qualità di communicazione espressiva
corrispondente. In pratica la regola della sincerità
si instaura più spontaneamente e favorisce prima o poi
la caduta di quel micidiale meccanismo difensivo che divide
la realtà in sezioni separate sia dal punto di vista
della ragione che emotivo. Dal punto di vista gnoseologico è
probabilmente lo stesso meccanismo che ha separato il pensiero
mitologico e religioso dalla scienza (come la intendiamo oggi)
passando per la filosofia. Tale meccanismo permette, per esempio,
ad un giovane di rischiare la morte in autostrada, o per abuso
di droghe, semplicemente perché la sezione “pericolo
di morte” è energeticamente separata da quella “piacere
di correre veloce” o di usare una certa sostanza. Il principio
di piacere prende completamente il sopravvento su quello di
realtà perchè il meccanismo di scissione rende
l’esame di realtà impossibile.
Le varie agenzie, per usare il linguaggio di Minsky, si sono
separate, non lavorano più in sinergia e qualsiasi cosa
può accadere.12
13
Il segreto, per rimanere nell’esemplficazione biblico-mitologica
(Adamo-Edipo), non è quello della cacciata dalla casa
del padre, ché quello è pubblico, bensì
la difesa contro le temute conseguenze che obbliga la coppia
di fratello e sorella (Adamo -Eva) a lasciar uccidere Abele.
Il sostituto del padre buono, deve sparire, non potrebbe essere
odiato. Solo Caino, che ha le caratteristiche del padre invidioso
e vendicativo dell’antico testamento può sopravvivere
. Le ipotesi che si possono fare sono molte: Caino può
essere il figlio di Lilith, la prima sposa di Adamo diventata
poi dea della morte e assassina di neonati. A volte ho persino
pensato che Abele fosse la sorella di Caino e che l’assassinio
di Abele sia solo la trasformazione simbolica dell’incesto
da cui nacquero i successivi occupanti della Terra. 14
Gli antropologi,cercano di spiegare tale argomento, parlando
del passaggio dalla pastorizia all’agricoltura. Come si
sa i contadini sono sempre stati nemici di pastori.
Il concetto dell’inizio incestuoso del genere umano è
un errore persistente basato sul racconto biblico; il concetto
di incesto non può essere insorto finché non si
sia sviluppato quello di parentela, e come ho già detto
per i bambini (e i primitivi) è strettamente collegato
a quello di vicinanza (imprinting). Non vedo come la vicinanza
contrasti sia per il bambino che per il primitivo con l’effusione
sessuale (in senso lato) e ho l’impressione che il divieto
del rapporto sessuale “con chi capita” (e di solito
è il vicino) sia antecedente all’orrore del incesto.
Il divieto dell’incesto forse, è stato affermato
e rinforzato in continuazione, per eliminare la tendenza endogamica
(affermatasi con il sedentarismo dei piccoli gruppi) e favorire
l’esogamia ed ampliare il ventaglio dei tentativi: una
ricerca epistemofilica.
Certamente la spiegazione di Freud, quella del padre primitivo
padrone delle femmine dell’orda, all’epoca dei grandi
cacciatori e raccoglitori, è la base della vicenda successiva
ma dal punto di vista concettuale non credo si trattasse dell’orrore
dell’incesto ma piuttosto di una formazione difensiva di
evitamento per salvarsi la pelle, che poi si definisce e entrando
nella rappresentazione di parola può situarsi nello schema
ossessivo, ripetitivo e coatto. Una vicenda di “possesso
distruzione” che finisce così come è descritto
in Totem e Tabù ma che continua dopo come coazione, che
rinforza l’esogamia e favorisce l’inserimento di nuove
variabili nel processo di adattamento. Per cui, secondo me non
si tratta solamente della creazione di una variabile denominata
“incesto” ma anche di una modalità d’azione
rivolta ad ampliare l’esplorazione.
L’incesto in se è difficilmente distinguibile dall’istinto
sessuale. Se poi consideriamo la sessualità una attività
e postuliamo la legge del “chi capita”, e quella della
parentela basata sulla “prossimità” (chi è
vicino) non vedo cosa possa esserci di diverso dal desiderio
incestuoso nell’infanzia.
Il problema dell’adulto è la fissazione per fusione
energetica (traumatica) alle fasi di sviluppo dell’infanzia
filo-ontogenetica, un incidente che per certe variabili, induce
una risposta ad uno stimolo attuale che ignora il momento attuale
e va a ripescare per spostamento associativo una fonte interna
che ha in sé anche la tecnica coatta della risposta.
Sarebbe più semplice spiegare il concetto con una striscia
di fumetti e sarebbe anche divertente perchè purtroppo
anche le nevrosi hanno, nel tragico, un contenuto paradossale,
quindi comico. Come in quei film semplici in cui vi è
il tipo che impersona il ruolo di quello che ogni volta si propone
“di non cascarci più” e poi quando si trova
nuovamente nella situazione, prima ancora di rendersene conto
“ci è cascato” di nuovo.
Ecco uno dei compiti del terapeuta: fare il possibile perchè
il “ripetente coatto” riesca almeno una volta a cambiare
la risposta e a passare l’esame.
© Nicola Peluffo
Note:
9
Se si applica il metodo personale di Fanti che frequentava le
persone in analisi molte ore al giorno socialmente (senza chiedere
onorario, e affrontando anche le spese dei pranzi o cene che
offriva) le ore di presenza dell’analista nell’area
esistenziale dell’analizzato praticamente viene raddoppiata.
Montanari Laura, Mele sotto la neve. Ovvero: storia di un destino
ereditato. ed. Greco e Greco, 1997, Milano. 
Lesperance Chiara, La soria di Ida. ed Greco e Greco, 1999,
Milano. 
M. Minsky, La società della mente, Adelphi Milano, 1990.
N. Peluffo, Interazione e tracce, Bollettino dell'Istituto Italiano
di Micropsicoanalisi , n° 21, Tirrenia- Stampatori, Torino
1997. 
Questo racconto è una metafora che fa oramai parte della
tradizione umana. La realtà la conosciamo; Eva fu africana
e non fu certo una sola. L’Eterno (a meno che non si intenda
per esso un extraterrestre) è la metafora antropomorfica
di un concetto. La scoperta di un Uomo che può concepire
il concetto di eterno contrapposto a quello di contingente,
cioè l’astratto contrapposto al concreto. La percezione
dell’hic et nunc nasce contemporaneamente a quella ideale
di eterno. L’essere umano è il rappresentante dell’hic
et nunc e l’Eterno è un concetto. E’ la presa
di coscienza intuitiva del secondo principio della termodinamica.
In termini micropsicoanalitici l’hic et nunc è l’organizzazione
energetica del vuoto e l’Eterno è il vuoto.
* Un'estratto
di questo lavoro è stato pubblicato nel n° 26 del
Bollettino dell'Istituto Italiano di Micropsicoanalisi. 